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Nessun essere, eccetto l’uomo, si stupisce della propria esistenza; per tutti gli animali essa è
una cosa che si intuisce per se stessa, nessuno vi fa caso.
Nella pacatezza dello sguardo degli animali parla ancora la saggezza della natura;
perché in essi la volontà e l’intelletto non si sono ancora distaccati abbastanza l’uno dall’altro
per potersi, al loro reincontrarsi, stupirsi l’uno dell’altra.
Cosí qui l’intero fenomeno aderisce ancora strettamente al tronco della natura,
dal quale è germogliato, ed è partecipe dell’inconsapevole onniscienza della grande Madre.
Solo dopo che l’intima essenza della natura (la volontà di vivere nella sua oggettivazione) s’è elevata attraverso
i due regni degli esseri incoscienti e poi, dopo essere passata, vigorosa ed esultante, attraverso la
serie lunga e vasta degli animali, è giunta infine, con la comparsa
della ragione, cioè nell’uomo, per la prima volta alla riflessione:
allora essa si stupisce delle sue proprie opere e si chiede che cosa essa sia. La sua meraviglia, però,
è tanto più seria, in quanto essa si trova qui per la prima volta coscientemente di fronte alla morte, e,
accanto alla caducità di ogni esistenza, le si rivela anche,
con maggiore o minore consapevolezza, la vanità di ogni aspirazione.
Con questa riflessione e con questo stupore nasce allora, unicamente nell’uomo,
il bisogno di una metafisica: egli è dunque un animal metaphysicum.

A. Schopenhauer
 
 
 
monaco 2010
 
 
 
 

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